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Milano Gravel: strade Turbolente.

Riprendiamo l’articolo di Paolo Della Sala, apparso su Cyclist in occasione dell’edizione zero (2017), qualcosa nel frattempo è cambiato soprattutto nel percorso. Sono aumentati e non di poco, i chilometri fuori strada.

La bici Gravel

Recentemente ho scoperto che quando da ragazzino andavo per campagne con un condorino Legnano a tre rapporti facevo ‘Gravel’. Tutto ciò è consolatorio anche se, tecnicamente, una bici ‘sport’ degli anni ’70 sta ad una Gravel di oggi come il pallottoliere al tablet. Concettualmente una ‘Gravel’ è una bicicletta di impronta sportiva adatta a percorsi misti e a lunghe permanenze in sella: carro posteriore allungato, tubo piantone lievemente obliquo per assorbire meglio i colpi, avantreno con inclinazione accentuata e movimento centrale innalzato a livello di una ciclocross.
Non si disdegna la tripla (anche se l’ultima tendenza è la monocorona) ed è quasi obbligatorio l’attacco per piccoli portapacchi. Ruote con raggiatura generosa e rigorosamente a profilo basso per evitare, in caso di buche, un tragico effetto ‘eunuco’.

Il carbonio utilizzato per questo tipo di bicicletta, in realtà, sarebbe ad alta resistenza (cosiddetto HS) che ha un’ottima capacità di assorbimento, diversamente dai modelli da corsa, realizzati con materiale assai più rigido. Le alternative sono l’alluminio o l’acciaio perché geometria e materiali non sono funzionali allo scatto del purosangue inglese ma alla versatile solidità di un cavallo arabo: anche l’impronta a terra è più distesa per uno stile di guida più rilassato.
La bici che scelgo per l’occasione è una Peugeot del 1974 a 12 rapporti (53/42 e 13/30) forte come un cammello e solo un po’ più pesante: una vecchietta in acciaio da randonneur che sfida quella modernissima in carbonio del mio amico Giordano concepita, però, per le Granfondo.

Una ‘Gravel’ d’epoca

Milano prevede ad autunno inoltrato l’esordio della ‘Milano Gravel, o Gravel dei Navigli’, una sorta di numero zero in vista della prima edizione ‘aperta’ che si terrà nel 2018: insieme a Giordano Martinelli ho testato in anteprima per Cyclist il percorso di 160 km con circa 60 di sterrati, una ricognizione per verificare la precisione della traccia e segnalare eventuali problemi.

L’ambizione degli organizzatori della Milano Gravel è quella di creare un percorso di buon livello tecnico che avvicini la città alla campagna, lungo un itinerario ricco di strade bianche e svincolato dal traffico, con città e campagna perfettamente integrate tramite le vie d’acqua artificiali, i Navigli, appunto.

Ci troviamo alle sette di mattina davanti alla sede di un’eccellenza remiera, la Canottieri San Cristoforo, che affaccia sul Naviglio Grande. E’ ancora buio: Milano si specchia nell’acqua e le luci lungo la ciclabile accompagnano la corsa dei primi podisti mentre noi scendiamo traversando le periferie senza avvertirle e trovandoci dopo poco già nella campagna di Gaggiano.

E’ questo un tratto molto popolare fra i ciclisti di Milano: uno dei suoi frequentatori era Renzo Zanazzi, gregario di Bartali e Coppi, morto da poco a quasi novant’anni e ‘inventore’ di un circuito da allenamento che tutti, almeno una volta, hanno percorso (il ‘Giro Zanazzi’).

Le direttrici di ‘fuga’ in bicicletta dalla città sono fortemente legate all’acqua, perché è lungo le vie d’acqua che è più facile e veloce lasciarsi alle spalle la metropoli. E Milano conosce tre principali vie d’accesso che veicolavano le merci al centro: Naviglio Grande e Naviglio Pavese, da un lato, e Martesana (o Naviglio Piccolo) dall’altro. I primi due formano un circuito che si chiude nel Ticino, il terzo porta all’Adda.

Oggi, le strade di servizio che fiancheggiano i canali rappresentano per i ciclisti un’opportunità fantastica che spalanca le porte del Lago Maggiore e del Lago di Como. Per circa 50 chilometri inseguiamo dunque il Ticino, percorrendo un itinerario campestre mascherato da un’alba di foschie autunnali che lascia solo intravedere i pioppi in filare, le sagome dei campanili e i castelli rurali.

Le risaie, in gran parte già trebbiate, hanno un colore rossiccio e dalle rogge si levano gli aironi nel silenzio della nebbia. Poi rischiara e si pedala di buona lena passando per piccoli paesi e traversando vecchi ponti in pietra. Si fiancheggia il canale che, fra Boffalora e Turbigo, si fa maestoso e scorre fra gli alberi con scorci di assoluta bellezza.

Milano Gravel: arriva lo sterrato

Le ciminiere di una centrale elettrica preannunciano il ponte che separa Lombardia e Piemonte e che traversa il fiume per 150 metri di travate metalliche: da qui in poi inizia un tratto selvaggio, che si inoltra nei boschi del parco in tal modo che in certi punti il cielo è sostituito dalla chiome intrecciate degli alberi e soltanto si vede, in fondo, la luce d’uscita della galleria vegetale.
Non c’è anima viva. La strada inizialmente è stretta e rugosa ma, poco dopo, inizia finalmente lo sterrato, che si è fatto attendere ma che, da qui in poi, diventa tiranno.
I primi tratti sono tecnicamente piuttosto impegnativi, soprattutto per noi che li affrontiamo con copertoncini da 25, rimbalzando sul fondo sconnesso quando, per prudenza, smettiamo di ‘galleggiare’ sul pietrame e rallentiamo.

La verità è che, paradossalmente, si deve passare veloci, ma non è come dirlo. Incontriamo una pastora. Sta portando il suo gregge in montagna, verso Omegna, mi dice con accento straniero.
Ora vi sono tratti meno aspri, la carrareccia è coperta di foglie e bisogna prestare attenzione alla traccia perché perdersi è un attimo nel dedalo di sentieri che portano al fiume. Un vecchio balengo ci viene quasi addosso guidando come un pazzo e si perde alle nostre spalle.

Nel primo tratto aperto Giordano fora: ‘sono tritato’, sospira. Il suo telaio votato alla corsa subisce la sconnessione del percorso e  restituisce continue vibrazioni che il mio vecchio cancello risparmia.
Le strade si intrecciano all’acqua dei canali, e traversiamo o affianchiamo più volte il Naviglio Sforzesco che porta l’acqua in Lomellina e il Naviglio Langosco, ora in secca.

Il letto del canale è ricoperto di un fondo multicolore di foglie, poi acqua di nuovo, fino a sbucare in un tratto di campagna e pioppeti.
In Francia, non molto lontano da La Rochelle, c’è un’area chiamata un po’ pomposamente ‘La Venise vert’, inserita nel ‘Marais Poitevin’, una grande zona umida ora elevata a parco e piuttosto nota turisticamente. Mentre pedalo in questo reticolo di canali, chiuse, sentieri e boschi mi chiedo cosa impedisca di dare risalto alla tanta bellezza ‘minore’ che ci circonda. Mistero.

Milano Gravel: Piazza Ducale a Vigevano

Per ora me la godo anche in questa giornata da ‘Sognando California’: ‘cielo grigio su, foglie gialle giù’.
Ma se il ‘blu non c’è’, tuttavia, c’è lo sterrato imperdibile che porta a Vigevano, passando per la frazione Buccella per planare, dopo trenta chilometri di strade bianche, nella meravigliosa Piazza Ducale con il torrione del castello che richiama quello di Milano.

Piazza Ducale è un gioiello che sedimenta più epoche, dal trecento del torrione alle ristrutturazioni settecentesche con le ampie arcate dei portici, fino ai rifacimenti successivi del selciato in ciottoli e serizzo. In piazza ci si arriva da un lato e la si traversa sino ad uscirne all’opposto. Ma prima si impone una sosta in uno dei tanti locali che, ancora, consentono di mangiare qualcosa all’aperto.

In effetti mi ero anche portato qualcosina: rovisto nella tasca e recupero due pezzi di torta salata che ha fatto mia figlia. Errore gravissimo: la passione per la cucina etnica non si sposa col ciclismo, rifletto, mentre ingollo a fatica un grumo di curcuma e coriandolo che mi incenerisce la carotide. Meglio un più prosaico panino.

Dispersi

Si riparte e dopo un sospiro di asfalto si sentono di nuovo le ruote scricchiolare ma, mentre ci inoltriamo in una piana alle spalle del fiume, all’altezza di un quadrivio, il fido Garmin si impalla: deve avere i circuiti in maionese, poveraccio, oppure son le pile. Fatto sta che ci fermiamo come cucú nel mezzo del nulla. Per darmi un contegno scruto l’orizzonte tipo David Crockett e Giordano consulta il suo super smartphone, ma anche Google Map ci spernacchia: siamo un pallino azzurro che lampeggia in un desolante bianco. Mentre prevedo la morte per fame, da una nube di polvere si materializza un’Opel anni ’80, alla guida un vero uomo western: capello lungo color paglia su faccia patibolare, fisico alla Gargamella, due macine da mulino al posto delle mani, sigaretta pendula. L’uomo si intigna in una spiegazione che va per le lunghe perchè, seguendo un metodo di dubbia efficacia, prima indica un percorso con dovizia di particolari per poi, infine, dire ‘lì poi c’è il Ticino e per voi non va bene’. Noi facciamo sí con la testa, cercando di memorizzare la caterva di parole che il tipo spara a mitraglia e al terzo percorso ‘che non va bene’ ci distraiamo come scolari annoiati e perdiamo il senso della indicazione giusta. Per dignitá fingiamo di aver capito sorridendo con gratitudine ebete cosí l’uomo di Tucson come é apparso scompare e noi siamo al punto zero.

Per rendere piú aguzzo il mio senso dell’orientamento penso bene di inzuppare i piedi in un acquitrino gelido che, chissá perchè, ho pensato che una volta attraversato portasse alla salvezza. Finalmente il Garmin riparte, seppure a singhiozzo e cosí, con andatura sincopata raggiungiamo il ponte delle barche di Bereguardo che rispetto alla palude lasciata alle spalle, sembra Times Square.

Milano Gravel: l’Abbazia di Morimondo

Si traversa il Ticino su questo pontile di legno poggiato su chiatte, le bici scuotono le assi smosse con un rumore cupo da autoarticolato e da qui si risale verso un altro tratto di ghiaino e così, alternando tratti di strade secondarie con belle carrabili, ci avviciniamo all’abbazia di Morimondo, un piccolo gioiello che inizia la sua storia nel 1100.

Poco prima, dal fondo di un fosso in secca, vediamo emergere Giuseppina con un paniere colmo di funghi chiodini che ci spiega un paio di ricette non senza ricordare (e io lo ricordo a voi) che questi funghi vanno bolliti prima di essere cucinati, viceversa sono non poco tossici.

Dallo splendore dell’abbazia a Milano non restano che 25 chilometri; si tocca l’ennesimo Naviglio (di Bereguardo) e si abbandona la zona che lambisce il Ticino. Il rientro è veloce e sempre per campagne fino all’ultimo settore di sterrato, proprio alle porte della cittá, lungo un sentiero che, manco a farlo apposta, sulle carte é chiamato ‘Camminando sull’acqua’.
Sostanzialmente quello che ho fatto per tutto il giorno, lungo 160 chilometri liquidi e bellissimi di percorso pianeggiante ma impegnativo e vario per via dello sterrato.

Paolo Turbolento Della Sala