El Rey y yo – pedalando con Indurain

turbolenze

Partirei dal punto fondante dell’edizione 2026 della Chase the Sun: c’era Miguel Indurain.

Un aspetto che, avendo preso parte a tutte le edizioni, rende quest’ultima memorabile.

In un mondo in cui vero e falso vanno sempre più confondendosi, la tridimensionale e misurabile presenza del fantastico campione spagnolo ha superato il principio di irrealtà.

Eh no, soy yo!

E’ tanto vero che, verso la fine del percorso, ci siamo fermati per rinfrescarci in previsione della salita patibolare al Monte Serra e, in un bar di paese con tavolini di plastica e avventori annoiati, l’evidenza dell’irrealtà si è concretizzata complice il cartellino con numero e nome attaccato al manubrio.

“Pino, Pinoooo, vieni c’è Indurain”, s’è messo a urlare un tizio di Matera (lo so perché poi me l’ha detto), ed è comparso Pino, un incrocio fra Mr. Magoo e Peppino di Capri.

Il vecchietto si è posto davanti al gigante spagnolo e lo ha squadrato, muovendo il capo dal basso in alto. Poi ha sentenziato: “gli somiglia, ma ’un è lui”.

Indurain si è fatto tradurre e, puntando il dito sul cartellino col suo nome, ha detto all’incredulo omettino “eh no, soy yo!”.

Tutti dietro il Team Enervit

Siamo partiti all’alba, tutti dietro il team Enervit, in testa Paolo Calabresi e Miguel Indurain che poi, come fosse normale, ha tirato dettando il ritmo per qualche decina di chilometri.

Del gruppetto davanti sono di molto il più vecchio ma, per il momento, sto al passo. Più avanti mi aggrapperò all’orgoglio, unico parametro che non peggiora col tempo.

Fino a Firenze, km 150, tutto bene ma, parafrasando l’introduzione del film ‘L’odio’ (1995), posso dire che “questa è la storia di un uomo che cade per 286 km. Mano a mano che cade, per farsi coraggio, si ripete la stessa frase: ‘Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene. Fino a qui tutto bene.’ Ma il problema non è la caduta. È l’impatto”.

Il mio impatto è la salita al Pinone, km 175, mezzogiorno e mezzo, 40 gradi.

Indurain e gli altri svaporano mentre pedalo osservando le figure radiose dei Santi che mi sorridono dagli alberi d’ulivo. A Carmignano intravvedo anche Napoleone Bonaparte e Tolstoj che riconosco immediatamente dalla barba. Direi che arrivo in cima lucido, non lucidissimo.

Dio benedica i ristori dove gli sventurati riescono a raggiungere i propri compagni di viaggio per poi riprendere a soffrire.

Restare aggrappato al campione

Dio benedica anche gli incroci, i semafori rossi, i passaggi a livello, i carri tirati dai muli e i bisogni fisiologici di chi sta nel gruppo di testa che mi consentono di restare aggrappato al Campione in uno stato di coma dignitoso.

Mentre fiancheggiamo il Monte Serra, lungo una stradina bellissima, qualcuno molto solerte ricorda a Indurain che si è fatto un po’ tardi per un’intervista programmata.

Che problema c’è? Basta passare dai 37 ai 42 all’ora per arrivare puntuali.

I solerti. Categoria cui appartengono quelli che ricordavano alla maestra che si era dimenticata di dare i compiti e, da grandi, ricordano gli appuntamenti a uno che ha vinto 5 Tour.

Salendo sul Serra adocchio una fontanella e ascolto il saggio Tolstoj: meglio beccare cinque minuti in salita che beccarsi una sincope. Mi siedo sulla griglia della fontanella, apro il rubinetto e mi doccio. E in cima poi ci arrivo.

Dante, Topo Gigio e Sinner

Il mattino, a colazione, Indurain (cui qualcuno deve aver detto che in passato ho fatto ultracycling) mi chiede quanto dure fossero certe competizioni.

Un po’ come se Dante Alighieri parlasse di poesia con Topo Gigio. Fantastico!

Che obbiettivo mi pongo per i miei (prossimi) settant’anni?

Beh, dopo aver pedalato col el Rey di Navarra potrei accettare di giocare in doppio con Sinner.

Paolo (Turbolento) Della Sala

Daniela Schicchi

Marco Pastonesi

pasto

Matteo Cardani

Alberta Schiatti

Paolo Tagliacarne

Paolo Della Sala

Piero Orlando

Anna Salaris

Francesca T

Federica Gallo

Daniela Della Ragione

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