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Carovana ciclistica Milano-Roma

Carovanieri in viaggio

Le biciclette, la mia in particolare.

Il 10 giugno 2011, verso le 7 di mattina, mi dirigo verso la sede del Touring Club Italiano, in Corso Italia. Finalmente posso guardare in faccia i miei compagni di carovana. Ho avuto solo contatti telefonici con Albano Marcarini e Paolo Tagliacarne, gli organizzatori di questo viaggio ciclistico da Milano a Roma. La voce di Albano, lenta e un po’ cavernosa, mi ha fatto uno strano scherzo. Pensavo a un signore un po’ in là con gli anni, magrissimo, alto un metro e sessanta, che non avrebbe preso parte al viaggio. Invece mi viene incontro un cristo di due metri con una faccia da cow boy. Anche Tagliacarne è un colosso e… dalla voce non lo avrei detto. Pure lui in salita non cede un metro. Insomma, sembrano due corazzieri quelli che ci guideranno fino a Roma per strade secondarie. E dovremmo arrivare proprio di fronte ai corazzieri, al Quirinale, il 15 giugno. L’idea che ci sia qualcuno che ha chiaro il percorso mi consola: per i tragitti prestabiliti sono completamente negato, anzi quando pedalo m’abbandono quasi sempre alla serendipity e alla consolazione di scoperte inattese, quando non addirittura sorprendenti. Oppure a una bella strada senza uscita. Ma tanto in bici ci giro soprattutto per Roma, quindi la possibilità di perdersi si riduce a quando pedalo di notte in periferia.
Apprezzo il fatto che molti carovanieri arrivino alla partenza in bici con il bagaglio sulla spalla. Intanto io ho rimediato una contrattura alla schiena durante il trasporto dello zaino. Le bici dei carovanieri sono in massima parte modernissime, in carbonio, qualcuna anche in titanio. Tutte adoperate intensamente, con stili di pedalata diversissimi. La mia bicicletta è un po’ vecchia, orgogliosamente d’acciaio, con rapporti faticosi, non per eroismo, ma più che altro per disattenzione. Mi piacciono le cromature, i componenti vecchi, le ruote con i raggi d’acciaio, i cerchi a profilo basso, i manubri d’alluminio, i telai d’acciaio con i tubi sottili, vorrei pure gli scarpini da ciclista di un tempo, ma non li riesco a trovare e mi dicono che te li farebbero su misura ma costano un sacco. Eppure, l’idea che il mio velocipede sia più vicino a quelli dei carovanieri del 1895 non mi ha mai sfiorato.
Si parte. Appena ci muoviamo, mi viene in mente il gruppo dei partecipanti alla passeggiata Milano-Roma organizzata dal Touring nel 1895, di cui questa carovana vuole essere la rievocazione. Altre strade e altre bici. Molta più fatica e tanti imprevisti. Ebbero per la bicicletta il nostro stesso amore. Per attraversare un bel pezzo d’Italia faticarono molto di più di quanto faremo noi. 
Mentre partiamo mi sovviene anche Luigi Masetti, il grande cicloviaggiatore, al quale recentemente a Roma, nel quartiere Centocelle, è stata intitolata una ciclofficina popolare. Nel 1894, Masetti coprì il tragitto Roma-Milano in 48 ore. Quindi rilassiamoci, fare Milano-Roma come la faremo noi, con queste bici e queste strade, sarà una gita. E mentre comincio a pedalare, non sicuro di potercela fare ad arrivare in fondo, soprattutto dopo gli Appennini e i colli toscani, mi commuovo. Come un idiota. Non mi commuovo per noi, che stiamo iniziando a pedalare verso Roma (non è la rievocazione in sé a farmi effetto, anche se ne è la causa diretta): è per Masetti e la sua tenacia che ha sconfitto ogni ostacolo. Forse una lacrima comincia a uscire, ma non deborda, si ferma, prende aria. Ma come cavolo si fa a piangere a 500 metri dalla partenza? Una cosa davvero da imbecilli. Magari neanche ce la fai, che cavolo piangi? Infatti, saggiamente, la lacrima si ferma sul davanzale, a guardare Milano. All’arrivo a Roma, invece, saranno alcuni milanesi a commuoversi. A me basterà il panorama quotidiano di traffico dell’Urbe a produrre effetti ben diversi, con pensieri non devoti nei confronti degli enti locali.

Dal centro di Milano, per un miracolo studiato a tavolino e sul campo da Tagliacarne, ci ritroviamo ben presto in campagna, nell’incantevole Parco Sud, oggetto delle brame dei costruttori e delle loro ossessioni: evidentemente, da piccoli hanno avuto dei problemi con l’autorità e alcuni bambini hanno rubato loro il lego. Avvistiamo presto l’abbazia di Chiaravalle. Ci ritroviamo immersi in un’Italia secondaria e, per questo, quasi intatta.

Il mio racconto del viaggio si ferma qui, perché vorrei concentrarmi sulle diverse tipologie di bici che ho visto in azione. Molti, come ho detto, siedono su modelli in carbonio di disparata provenienza. Tre o quattro pedalano su una bici in titanio prodotta in Italia. Roberto Furlani ne monta una d’epoca, una Baronchelli, che è verniciata e sembra una bici d’acciaio. Adesso i fabbricanti le lasciano al naturale, anche perché il titanio è inossidabile e il suo colore è molto bello. E la vernice ha il suo peso, quindi perché mettercela?
Ad avere una bici in acciaio siamo almeno in tre. La minuta e tenace Giulia Cortesi ne ha una molto pesante. Augusto Castagna ha un telaio d’epoca riverniciato e con la calcomania “Made in Italy”. Qualcuno non sa neanche di cosa sia fatta la sua bici. Alluminio, acciaio? Boh. Sono i migliori.

Il mio velocipede nasce da un telaio d’acciaio Lazzaretti molto leggero, tubi Columbus saldati a tig. Su questo telaio ho montato un’accozzaglia di pezzi di tutte le marche, comprati su Internet o in svendita, oppure rimediati in ciclofficina. Ho chiamato la mia bici Acciaio. Mi permetto di menzionare le aziende produttrici, tanto ci sono quasi tutte, quindi è una situazione abbastanza democratica. E non m’hanno dato una lira. I deragliatori sono Shimano Ultegra (quello anteriore è per la tripla, ma è adattato alla doppia corona); guarnitura compact Stronglight (48-38); manettini cambio Shimano 600; ruote Miche; pacco pignoni Shimano (il rapporto più agile è un 22); ganasce freno Campagnolo Mirage; leve freni Gipiemme; attacco manubrio Look in titanio; manubrio Itm; sella Italia, canotto sella Campagnolo; pedali vp con fermapiedi.
Per la mia concezione arcaica della bicicletta, questa è una macchina avanzatissima.

Invece tutti mi chiedono “Come mai questa scelta vintage?”. Ma come vintage? Ho 9 pignoni! Io che giro con 5 o 6, oppure, ancora meglio, con uno solo. È vero, ho i comandi del cambio al telaio e le gabbiette fermapiedi, una scelta che sembra snob per la sua arretratezza, ma per me naturale. Così posso pedalare con la scarpa che voglio, che nella fattispecie è una specie di sandalo. Non faccio “clac clac” quando cammino, i piedi stanno al fresco, ma sui pedali ci perdo un po’, mi dicono i colleghi carovanieri.
Prima di partire per Milano non avevo mai pedalato questa bici. Fino a qualche giorno prima era un veicolo completamente diverso, una bici a scatto fisso con cui giravo per Roma. Andava benissimo. Non avendo un telaio migliore, ho smontato tutti i pezzi, l’ho rimontati su un altro telaio e ho cominciato a ricostruire la mia bici da carovana. Mi ha aiutato un amico, che si chiama Piero e che fa il meccanico di bici per lavoro e nelle ciclofficine. Per me è molto bravo, mi fido più di lui che di me, quindi ho preferito che alla fine montasse lui le parti più delicate e, soprattutto, le regolasse.
Non avendo mai pedalato questo mezzo, che è diverso da quello precedente anche se il telaio è lo stesso, imparo a conoscerlo mentre le pedivelle girano.
Con l’andare dei chilometri si crea una strana alchimia: il corpo si abitua al mezzo, anche se, in partenza, esso deve possedere le misure giuste per il fisico di chi la pedalerà. Mi illudo che anche la bici si adatti al ciclista, come si dice che accada per certi violini d’epoca che serbano traccia dei virtuosi che nei secoli li hanno suonati e producono un suono migliore di altri. A parte le misure giuste, c’è qualcosa che va oltre, che è legato alle vibrazioni dei materiali, al modo di pedalare, che in qualche modo ti condiziona nel momento di prepararti ad affrontare una salita o quando schivi una buca. C’è un graduale conoscersi a vicenda, e dopo tante ore trascorse in sella giureresti che quella è la bici perfetta per te. Forse non è vero, ma i tanti chilometri che ti hanno vibrato nelle ossa ti convincono che è così. Anche con i carovanieri accade lo stesso. È vero che tra ciclisti ci si capisce rapidamente. È probabile che un ruolo lo giochi anche la condivisione della fatica e la soddisfazione di avercela fatta a finire una tappa in condizioni decenti. All’inizio si è tra sconosciuti, si chiacchiera interrompendosi quando arriva una salita, poi si inizia a scherzare, si diventa amici e si pianificano progetti per pedalate future.
Basta fare una lunga, bella gita da Milano a Roma.

Luca Conti (carovaniere, ma non solo….)