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Monasterolo

Monasterolo

Parto dalla fine, cioè dalla domanda di Mr. the President: la fatica fisica appaga lo spirito e avvicina alla saggezza? Ovvio che no, risponderei. Karl Popper era un mingherlino tendenzialmente sedentario e Idi Amin un colossale energumeno che faticava con il pugilato (oltre che con una certa propensione alla tirannia). Tra i due, affiderei il governo dell’umanità al primo. Ciò che distingue i  due soggetti in questione è la relazione col metodo e con l’autodisciplina. Quindi formulerei diversamente la domanda inquadrando prima il concetto di fatica.

In senso figurato la fatica non è fisica, o non è solo fisica. La fatica è anche pena e disagio prolungati a condizioni determinate. Secondo me la fatica fisica è ‘fatica’ vera quando induce frustrazione, disagio, scontentezza. Rispondo, quindi, dal mio punto di vista, per dire che, mentre pedalo, non provo fatica in senso figurato. Sono felice (un po’ meno in salita). Sul perchè io sia felice in bicicletta è altra questione.
Ridefinito il concetto di fatica unendo l’accezione fisica a quella figurata, riformulo la domanda: svolgere una attività funzionale alla ricerca della propria felicità (senza contrastare o mettere in pericolo le libertà altrui) appaga lo spirito e avvicina alla saggezza?
Bho? Però, come si diceva nei paesi, è meglio che ‘andare in giro a far del male’.
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Siamo partiti in due (Alberto ed io, con doloroso forfait di Annibale) da Reggio Emilia alle 8.40 di sabato 24. Piove che iddio la manda.
Si va verso nord lungo strade di campagna, costeggiate da piatti vigneti e ortofrutta varia (peri e meli, a occhio). Poi si costeggia il Secchia, lungo un argine tormentato, passando per Quistello e raggiungendo il Po verso Revere, nel mantovano.
Pausa caffè e conservazione dello scontrino (controllo autogestito, credo si chiami). Da Revere in poi si costeggia il fiume per un lungo tratto, pedalando sulla ciclabile che costeggia l’argine. Il fiume è bello, qui, maestoso e gonfio come non immagini possa essere un fiume italiano.
Qua e là opere idrauliche, idrovore gigantesche di fine ‘800, canali di irrigazione che agganciano la terra al fiume.

Tra Carbonara e Sermide mi cade l’occhio su un vecchio che pesca una ventina di metri in basso. A una decina di metri dalla riva l’acqua, di tanto in tanto, si scuote con veemenza. Mi fermo a guardare. Il vecchio lavora con una bilancia a quadrato e tira e rilascia. La sagoma del pesce s’intravvede a pelo d’acqua, ed è enorme. Ci vogliono una decina di minuti buoni per portarlo a riva, sembra lungo un metro e il vecchio si avvicina lentamente, chino e con le mani protese. Poi un rigurgito d’acqua e l’ombra del pesce che scompare.
‘L’ha perso?’, urlo. ‘M’ha rotto la rete’, risponde il vecchio.
Ma non gliene frega niente, ‘tanto è pieno di spine’, sarà stato un 12-15 kg e lo chiama ‘gobbo’ (da ragazzo io pescavo i ‘gubet’ nelle rogge, ma erano di 10 cm, si vede che qui il ‘gobbo’ è un’altra cosa). Poi solleva una lenza con appesi tre bei pescioni, dei cefali mi dice, e questi sono buoni.
Scopro che i cefali risalgono fin qui, a decine di chilometri dal mare e, anzi, proprio in questa zona, poco sotto l’innesto del Mincio ce ne è una colonia appetita dai pescatori più raffinati. ‘Ma a me piace la bistecca di maiale’, conclude il vecchio in dialetto e anche ad Hemingway gli scappa da ridere.
Lasciamo il Po verso Bondeno e di qui, lungo un magnifico canale, raggiungiamo Ferrara, pedalando una ciclabile alberata. Avvisto un fagiano e mi fermo un po’, poi una gran lepre che schizza via. Abbiamo una fame nera, siamo infangati e piuttosto impresentabili.

Secondo controllo autogestito in un bar del centro. Mangio un po’ da abbruttito e tutto ciò ‘me gusta’ (fase narcisistica della fatica).
Pontelagoscuro e di nuovo il Po, 80 km di argine fino a Mesola. Nel frattempo ha spiovuto. Filiamo intorno ai 30 con cambi regolari, quello che pesa è il vento che soffia imperturbabile. A Serravalle, dove il Po si biforca (ramo di Venezia e Po di Goro) ci si accoda un bel tomo che si mette a ruota per un buon tratto. ‘Aho’, gli fa Alberto, ‘noi ne abbiamo fatti 200’. ‘Ah’, fa quello, ‘siete italiani, pensavo foste tedeschi’.
Si mette a tirare come una locomotiva e tanto tira e tanto parla, così ci porta senza fatica fin quasi a Mesola (chissà cosa gli han fatto i tedeschi). Sono più o meno le sei e mezza e mancano 30 km a Gorino. Il Po di Goro, dopo una lunga ansa, ‘sente’ il mare. Lo sento anch’io mentre imbrunisce.
Come Forrest Gump ‘sono un po’ stanchino’, ma il paesaggio è bellissimo. Il ramo parallelo al Po di Goro ha un nome evocativo: Po di Gnocca.
Tra Porto Tolle e il mare, in rapida sequenza, ci sono Donzella, Gnocca e Gnocchetta.  Di fronte a Gnocca, la frazione Oca (la toponomastica, da queste parti, va evidentemente di pari passo coi luoghi comuni).

A Gorino ci sarebbe il ristoro. Gorino è uno sputo di case, ma nessuno sa dove sia il posto dove dobbiamo andare noi (Associazione marinai d’Italia), che poi sarebbe una baracca sul porto dove veniamo accolti come piccoli eroi. Pasta all’olio e…pasta al ragù e…. torta di riso e…. biscotti.
Foto al ragù che una santa matrona ha cucinato davvero con amore.  Sono le sette e mezza e abbiamo fatto 246 km.

Due randonneur ripartono subito (noi non ce la faremmo e, francamente, non ne abbiamo voglia). Si va, per così dire, a nanna nei cameroni dell’ostello ‘Amore e Natura’ (mi faccio un liquorino per digerire il nome dell’ostello) sveglia puntata a mezzanotte, dopo calcoli infiniti sul tempo massimo a disposizione (27 ore). Disteso sto bene, ma non dormo, sonnecchio. Alle undici e mezza Alberto mi chiede se dormo.
Vabbè, si riparte. A mezzanotte e un quarto lasciamo Gorino e mancano 190 km. Buio buio. Ma non fa nemmeno freddo.
Al buio si pedala sospesi, una condizione irreale: non sai a quanto stai andando, tutto sommato non sai nemmeno dove stai andando. Prendi un ritmo e quello è. So che sembra assurdo, ma giuro che le gambe girano che è un piacere e ad una rotonda illuminata vedo che andiamo sui 27-28.
Attraversiamo il bosco della Mesola, la temperatura si abbassa, si sentono soltanto i richiami degli uccelli notturni e il fruscio silente delle ruote.
Bhè, mi emoziono. Drittone infinito di 30 km fino a Copparo, poi Ferrara. Sono le 2 e 52. A Ferrara troviamo una birreria aperta, il barista si commuove e ci offre il caffè. Naturalmente ci perdiamo uscendo dalla città (secondo me perchè Alberto continua a pedalare senza guardare le strade mentre io mi affanno a cincischiare con la cartina).  I sobborghi industriali sono generalmente mesti, anche in una lettura postmoderna del bello, ma con 300 km nelle gambe e la prospettiva di pedalare a vuoto nella luce giallognola dei padiglioni chimici sono più che mesti, sono, diciamolo, un vero e proprio posto di merda. Di puro culo ci ritroviamo a Porotto, sulla retta via, dopo aver circumnavigato i sobborghi industriali estensi (tanto, chilometro più, chilometro meno). Tutto buio fin verso San Felice sul Panaro (sui cartelli stradali ‘S. Felice/P.’).
Dobbiamo andare a Medolla e albeggia. Medolla non si sa dov’è. Ci sono solo cartelli per Mirandola, che da queste parti è molto gettonata.
San Felice/P. diventa San Felice sul Prepuzio perchè la toponomastica locale ci sta sulle balle.
Infatti arriviamo quasi a Mirandola e facciamo un giro dell’oca per tornare indietro e arrivare a Medolla, poi si va lisci perchè riprendono le indicazioni della randonnèe agli incroci. Per saltare la tangenziale di Carpi ci tocca uno sterrato di qualche chilometro, poi Campagnola Emilia e, nel frattempo, son 400! Posti toccati: Budrione, Rio Saliceto, Canolo, Fosdondo. Passare un fine settimana a Budrione?
Inforchiamo Reggio Emilia dalla parte sbagliata, e ti pareva, ma ci siamo! Arriviamo quasi in contemporanea con uno di quelli che non si era fermato a Gorino. Ma lui, lo scopriamo all’arrivo, ha un arto artificiale.
‘Ho perso la gamba destra in un incidente, la fisioterapista mi fa -bhè, pedala un po’ che ti rinforzi il moncone- e così non ho più smesso’.
Un saggio (Turbolento).

P. (detto: l’aucat in bicicletta)