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Passo dello Stelvio

Passo dello Stelvio

Finalmente tocca a me. Dopo gli Appennini e le ciclabili padane, ora scelgo io il prossimo itinerario. E la partita si fa dura: io, la ciclista alpina, metto su tavolo l’asso e scelgo lui, il Re Stelvio. Da Prato sono più di 25 km di salita. Non sono molti i passi alpini che si arrampicano oltre i 2.500 metri: e lassù sono 2.758. Partiamo in tre: due ciclisti appenninici e un’alpina. Sono necessari i rinforzi? Percepisco un po’ di soggezione nei miei compagni di viaggio. Questo invece è il mio pane. Guardate dove sto per portarvi… ma no, da Prato la cima non si vede. Troppo lontana.

Stiamo per scalare un mito del ciclismo. Otto chilometri senza una curva prima di arrivare ai 48 tornanti che ti portano in cima. Un brivido che non finisce mai. Lo Stelvio è così, prendere o lasciare. Ma se lasci, ti perdi l’emozione di alzare lo sguardo verso quelle montagne altissime, ghiacciai eterni che riflettono colori e storie di altri tempi.  E la tua strada che sale: piano, ma sale. Che strana sensazione, a tratti sembrano così alte e irraggiungibili quelle cime, ma anche così avvolgenti. E il ricordo delle pedalate appenniniche si fa sempre più tenue. Dissolvenza… e prossima scena.

Flashback, invece. Nel ciclismo alpino la fatica comincia prima della pedalata. La avverti già al momento in cui apri la cartina e inizi a tracciare il percorso. Bisogna passare dallo Stelvio, perfetto: versante più duro ovviamente, quello del conto alla rovescia dei tornanti. Partiamo da Prato allo Stelvio: fanno 27 chilometri e 1.842 metri di dislivello e sei in cima. Arrivato lì che fai, torni indietro? Giro troppo corto: il dito segue il tracciato fino a Bormio, fine discesa. Dobbiamo rientrare a Prato, dall’altra parte della montagna. La prendiamo un po’ lunga, così facciamo giornata piena. Il tracciatore (l’altro appenninico) sa come esagerare: facciamo il Foscagno (2.200 di altitudine) e scendiamo a Livigno. Si dimentica di dire che di mezzo c’è anche il Passo d’Eira: da Trepalle una risalita a 2.200 metri, tanto per aggiungere un dente al disegno altimetrico. Da lì – ti rassicura con tono poco convincente (sono vent’anni che pedaliamo insieme e altrettanti che non credo più alle sue rassicurazioni) – c’è un lungo tratto in piano lungo il Lago del Gallo, una bella galleria e dopo, in Svizzera, un altra salita “ma leggera” fino al Passo del Fuorn prima della discesa fino a Prato. Sono 145 km e un po’ più di 3.000 metri di dislivello, va bene? La ciclista alpina si illumina d’immenso. Io capisco cosa mi aspetta e mi affatico in anticipo.

IMG_0913-ivbBene, il tracciatore appenninico è già dalla mia parte. Le prime pedalate, scalo su un rapporto più agile, affronto il primo dei tanti, lunghi rettilinei. La fatica si presenta subito: sarà compagna di viaggio fino alla fine. Poi, alzo lo sguardo: e le vedo. E dimentico tutto il resto.

La strada per Milano voluta da Francesco I, il Parco Nazionale dello Stelvio, la Val Venosta: tesori italiani, paesaggi solari e tradizioni da riscoprire. Ma ora ci sono loro: folgoranti, maestose. Sono 14 le cime oltre i 3.000 metri, nella Regione dell’Ortles. Le gambe vanno avanti da sole, lo sguardo rimane lassù. La pendenza aumenta, arrivano i 48 tornanti, ma loro sono sempre lì.

È una sfida: saremo in grado di raggiungerle, arrampicarci fino al Passo? Questo è il ciclismo alpino: l’eterna sfida tra noi e la montagna. Non c’è mai un vincitore: solo il piacere di andare sempre più in alto. Dove sembra impossibile arrivare.

Domande retoriche: certo che lassù ci arriviamo. Dopo anni di pedalate abbiamo imparato l’essenziale: portare a casa la pelle. Così si dice in gergo. La questione è: come?

Il ciclismo alpino non ammette cambi di direzione: stabilita la traccia la si segue fino in fondo. Salite, valichi, discese e altre salite, valichi, ecc … Nel percorso appenninico prevale la deroga, il pensiero divergente che porta ad una deviazione, una svolta inaspettata, una strada alternativa. A volte una benevola scorciatoia, più spesso un’imboscata: l’agguato di una salita rapida, ripida ed asfissiante. Qui sulle Alpi è tutto rivelato, lo schema è chiaro: pedali su un pentagramma dove altri – i Campioni – hanno già composto le loro opere mentre tu butti lì qualche nota stentata. Con un certo orgoglio, però …

Già che ci siamo: vogliamo parlare della colonna sonora? Un concerto di motori a scoppio: rombi, sferragliate, sgasate, frenate, accelerate. Spider arroganti, auto familiari, furgoncini, pullman e uno sciame di moto che ci circonda, ci sfiora, ci sfila da tutti i lati. Decibel ed idrocarburi (e caldo, e pendenze e fatica) sullo Stelvio e giù dallo Stelvio. In lento sfumare sul Foscagno e sulla discesa verso Livigno. In sottofondo sulla strada del Passo del Gallo. Poi il salto dimensionale della galleria del Gallo: sbuchi in Svizzera e trovi, tutto insieme: il silenzio, i pascoli tagliati con accuratezza da giardiniere, l’odore di erbe, l’asfalto senza più una ruga, paesi austeri ed eleganti. Stai pedalando in una cartolina, in un opuscolo dell’Ente del Turismo, e capisci che un altro mondo è possibile. In Svizzera (o sulle strade zitte dell’Appennino).

IMG_0933-ivbStrade zitte per ascoltare solo la voce delle montagne. Gli Appennini non deludono mai: qui il silenzio è il primo, solidale compagno. Ti offre il suo appoggio, la concentrazione per andare oltre la fatica. Facile sentirsi accolti:non siamo turisti, ma gente d’appennino. Le Alpi sono regali, nella loro imponenza. Ma non meno accoglienti. Però troppo spesso manca il silenzio. E la voce diventa un flebile sussurro. Difficile da ascoltare, ma non impossibile. Gli Appennini si percorrono. Le Alpi si scalano, ma ogni tanto occorre fermarsi. E attendere.

Le moto, le auto, il rumore… tutto scorre, tranne loro. Le cime, là in alto. Basta attendere l’attimo. In cui tutto il resto scompare e la voce da lassù ti raggiunge. Un attimo che vale un’intera scalata. Non siamo turisti, ma gente delle Alpi. Ciclisti alpini.

Note sintetiche sulla lezione di ciclismo alpino, praticamente un master.

Partenza e arrivo: Prato allo Stelvio (BZ) – Passi e valichi: Passo allo Stelvio (2758 m.s.l.) – Passo del Foscagno (2291 m.s.l.) – Passo dell’Eira (2208 m.s.l.) – Passo del Fuorn ( 2149 m.s.l.) – Lunghezza: 145 km – Dislivello complessivo: 3600 metri – Fatica: q.b. – Rumore: si, ma poi non te lo ricordi più – Bellezza: tanta e non te la scordi più.

Luisa&Piero – Italian VeloBlogger


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