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Londra-Edimburgo-Londra

Maglia Turbolenta alla LEL

Quando una sera d’autunno ho proposto a mio figlio Pietro di fare la Londra Edimburgo Londra con me non pensavo che avrebbe accettato.
Quando ha accettato non pensavo che ce l’avremmo fatta.
Un po’ più di ottimismo era venuto alla fine: a luglio sia la Gran Fondo Fausto Coppi che la dura 200 Km di Biella (‘Randonnèe dei Santuari‘) erano state superate di slancio e, a maggio, avevamo portato a termine con Hannibal una 300 Km molto severa, quasi tutta sotto pioggia battente. Tuttavia avevamo alle spalle una sola ‘notturna’, per di più ‘autogestita’ e di non più di 350 Km.
Il fatto è che mio figlio, cui evidentemente non è ancora ben chiara la scala dei valori fondamentali, si è intestardito a studiare
e a preparare esami, con ciò facendo saltare alcune uscite che io consideravo determinanti per rifinire al meglio la preparazione.
Insomma sono partito irragionevolmente speranzoso e razionalmente impaurito.
Il 25 luglio siamo arrivati a Londra ed abbiamo affrontato la prima fatica: trasportare le sacche delle bici dall’aeroporto di Gatwick (Londra sud) sino all’albergo (Londra nord). La metropolitana di Londra è notoriamente efficiente e di semplice utilizzo. Ma non se si devono trasportare due ingombranti e pesantissimi oggetti. Va da sè, del resto, che l’attesa di una prova costituisce una prova a sua volta perchè il tempo che separa dalla partenza appare ‘inutile’ e, soprattutto, interminabile.
Così ogni contrattempo ed ogni sforzo ingigantiscono la loro portata, gonfiandosi a dismisura: il trasporto delle sacche con le due bici su e giù per i cunicoli dell’Underground londinese mi è sembrato, al momento, uno sforzo mostruoso che avrebbe certamente compromesso il risultato. In un modo o nell’altro, però, siamo arrivati in albergo.
Il 26, venerdì, abbiamo preparato le bici e selezionato il materiale da portarci appresso e quello da lasciare nei 4 ‘bag drop’ che avevamo attentamente selezionato.
L’attenzione quasi religiosa con cui si prepara la bici prima della partenza costituisce un punto di fondamentale importanza: naturalmente può succedere di tutto ma, se si è stati accorti, le probabilità che si verifichino contrattempi tecnici diminuiscono ed è vero e importante che non forare, non avere cigolii imprevisti, avere cambiate fluide rappresenta un elemento centrale per la buona riuscita di una randonnèe così lunga.
Gran parte della mattinata è quindi trascorsa nell’assemblare, lubrificare, centrare i raggi, controllare i freni, le luci per poi passare alla prova decisiva: il test sul funzionamento del Garmin (detto ‘Giuseppe G.’), che il Tagliacarne mi aveva regalato. Va subito detto che senza il navigatore non ce l’avremmo fatta: la LEL non è frecciata, se non in pochi punti, di solito del tutto inutili.
Il rapporto fra me e Giuseppe G. è stato inizialmente conflittuale: istruzioni inesistenti e ampiezza di funzioni costituiscono una miscela micidiale. Su internet potete trovare infinite lamentele sulla insufficienza quasi mistica delle istruzioni. ‘Capire’ il funzionamento di Giuseppe Garmin è stato un esercizio piuttosto lungo e faticoso.
Mi sono accostato alla prova ‘in loco’ davvero timoroso. In effetti l’inizio non è molto incoraggiante: smanetto un po’ sull’aggeggio e, nei miei voti, lo imposto in modo che ci tracci la strada sino all’inizio del percorso. Giriamo in tondo per due ore, ciecamente fiduciosi nell’infallibile precisione della tecnologia, io davanti e Pietro dietro.
‘Sinistra’, dice Giuseppe G., ‘sinistra’ ordino perentorio. Fra 300 metri a destra, ora a sinistra, sempre dritto, sinistra, destra, sinistra, dritto. Fino a che Pietro, fin lì molto paziente, mi dice comprensivo: ‘babbo, siamo già passati due volte di qui’. O porca troia!
L’albergo distava dalla partenza 6 Km, ne facciamo 22.
Ma a parte questo modesto particolare (devo studiare meglio la funzione ‘vai alla traccia’) una volta sul percorso tutto sembrava funzionare perfettamente: siamo andati al punto di partenza e abbiamo testato la prima traccia e Giuseppe ha mostrato sin da subito che ci avrebbe dato una mano. Sospirone.

Londra-Edimburgo-Londra

Londra-Edimburgo-Londra

Il giorno dopo, sabato 27, punzonatura, registrazione e consegna del materiale per i ‘bag drops’.  Per timore di controlli in aeroporto, non avevamo portato bombolette per il gonfiaggio delle camere d’aria (in realtà, a mia insaputa, ne erano rimaste quattro, sparse fra borsettine varie). Decido di acquistarne ancora perchè il mio inguaribile ottimismo mi fa pensare che potremmo forare ben più di quattro volte.
Mentre pedalo verso il negozio che ci è stato indicato, il Garmin tenta la fuga (era fissato male) e schizza via dal manubrio rimbalzando sull’asfalto.
Inchiodo con imprecazione, mi volto proprio mentre un camioncino centra in pieno il povero Giuseppe G. e lo scaraventa dall’altra parte della carreggiata.
L’imprecazione questa volta raggiunge livelli di alta professionalità e temo possa essere emendata solo con una prossima indulgenza plenaria piuttosto generosa.
Sono perduto: non abbiamo ancora fatto un metro ed è già venuto meno uno dei capisaldi della astuta strategia da me elaborata.
Ma Giuseppe G. non tradisce: per dirla con eleganza, ‘me la sono fatta in mano’, ma dopo una sistemata alla scheda di memoria che si era spostata per la botta, funziona di nuovo come prima.
Mi pento del bestemmione (e mi vergogno un po’, con la vergogna dei laici che hanno pur sempre fatto i loro dieci anni di catechismo). Prendo il tutto come un ‘buon segno’ (siamo o non siamo illuminati e scevri da ogni condizionamento di scaramanzia tribale?).

28 luglio 2013, ore 6.30: si parte

Ho dormito più o meno.
Ma non va malaccio.
Il programma prevede 400 Km, da Londra Loughton a Thirsk.
Si parte veloci, lungo un percorso sinuoso e ondulato, lambendo la foresta di Epping e poi passando in mezzo a campi coltivati a grano e orzo, con un bel cielo di nuvole e azzurro.

Il gruppo si sgrana rapidamente dopo aver ‘aspirato’ i più lenti fra quelli partiti alle 6.
A St. Ives arriviamo in vantaggio sulla tabella di marcia e fino a Kirton andiamo davvero veloci, spesso sopra i 35, aiutati da un vento trasversale ma non contrario.
Costeggiamo a lungo un fiume, pedalando sull’argine.
Pietro vede un filare di ciliegi lungo la strada: ci fermiamo a mangiarne un bel po’ (grave errore).

La strada riprende un andamento oscillante, con rapidi strappi. Inizia a piovere.
Alle 16 e 45 siamo a Market Rasen: la media al netto delle soste è di quasi 30 Km/h.
Ma comincio a star male. Il colibrì che sentivo in pancia si trasforma in pantegana, la strada riprende a salire, a scendere, a salire, sono pezzi brevi, ma secchi e ripidi.
Pietro mi aspetta pazientemente. Ogni tanto piove, giusto per dare una mano.
A Pocklington ci fermiamo un po’ a riposare, e a mangiare. Ripartiamo che è buio.
Il percorso è adesso davvero faticoso, su e giù senza respiro: cacchio ma fare un ponte, un viadotto, una galleria, no?
Passata la tenuta di Howard Castle ho pedalato gli ultimi 40 Km coi denti.
Mi impianto in salita, ipotizzo di avere la febbre, giuro che ‘è l’ultima’.
C’è anche un pezzo di sterrato (suppongo sia un tratto disegnato dal Tagliacarne…), con erba e fango e buche.
Non si vede, pioveggia, mi perdo con Pietro.
Arrivo a Thirsk alle 2 e un quarto di notte, mi guardo attorno preoccupato perchè Pietro non c’è. Ma arriva poco dopo e ci buttiamo a dormire sui materassini: sveglia alle 5.

29 luglio: Edimburgo

Prima domanda: come è fisicamente possibile che qui le salite siano di trenta chilometri, sembrino al 10% e poi si scollini a soli 700 metri di quota?
Eppure è così, dannazione.

Londra-Edimburgo-Londra

The long and winding road

Si sale interminabilmente, fra le nuvole basse e minacciose di regioni dal nome degno di Asterix (Cumbria, Northumbria), si passa Bernard Castle, si passa Brompton, si arriva a Moffat, in Scozia. Paesaggi bellissimi, dagli orizzonti infiniti, così belli che neppure la pioggia fredda e il vento riescono a offuscarne il fascino.
La strada, anche quando sale, è dritta dando profondità al panorama e un senso di libertà infinita a chi ci sta in mezzo.
Tuttavia posso dire che oltre al male di pancia mi brucia il sedere? Con rispetto parlando naturalmente. Si riparte da Moffat col sole che tramonta sulle colline verdissime.

Però dobbiamo salire ancora, poi scendere e salire di nuovo. E adesso fa freddo.
Edimburgo è vicina e lontana al contempo: ci si inerpica per perdere quota e risalire di nuovo. Siamo Pietro ed io.
Ogni tanto ci supera qualcuno, ogni tanto superiamo qualcuno.
Più o meno siamo sempre gli stessi: facce che di ristoro in ristoro si fanno più familiari.
L’arrivo a Edimburgo è bastardo.
Ora, se Edimburgo è sul mare, perchè si sale ancora?
Se Edimburgo è quell’insieme di luci che vedo in basso in lontananza, perchè mi fate girare attorno alla montagna e poi salire di nuovo?
Salire dove, poi, che qui le montagne non ci sono e quindi non dovrebbero esserci salite e invece si sale sino a sfinirsi.
Il posto di controllo a Edimburgo è, manco a dirlo, in cima a una salita che faccio con le gambe in croce. Sono davvero sfinito.
Pietro, giustamente, a questo punto mi ha mollato perchè c’è un momento in cui l’unica cosa che importa è arrivare, per smettere, fermarsi. E quel momento è adesso.
Mio fratello che vive a Edimburgo, ci aspetta da un’ora.
Quando arrivo qualcuno applaude. Sorrido.
Ci sediamo, padre, figlio e zio. Pietro ed io mangiamo qualcosa di caldo.
E’ un buon momento della vita, questo.
Ma è già tutto così ovattato nei miei ricordi.
Sveglia alle 4.30: ci aspettano 150 chilometri piuttosto duretti (stando alle informazioni, i più duri).
Mi chiedo se questi primi 703 chilometri siano stati morbidi.
Però mi addormento di botto sul materassino di plastica blu, fatto in modo tale che, se ti siedi nel mezzo, lui si richiude a panino, come il letto di Paperino.

30 luglio: way back to London

Si sale verso un primo ridosso di colline e c’è il sole. Poi si scende filando in un deserto verde, si risale e scende di nuovo. Bellissimo.
Traquair è un pugno di case, ci arriviamo poco prima delle nove.
L’accoglienza è davvero ‘calda’, anche qui sono tutti gentilissimi.

Londra-Edimburgo-Londra

Ristoro

Da notare una serie di torte coloratissime con sopra scritto, fra l’altro, ‘only 653 km to go’  (spiritosi questi scozzesi). Si mangia di tutto un po’. Ripartiamo, di nuovo salita e discesa e salita.
La strada ora costeggia un torrente, a fianco boschi di conifere: potremmo essere in Trentino.
Ma in Trentino, a luglio, non si mette a piovere d’improvviso, non si fanno questi scherzi del cavolo ai ciclisti, in Trentino.

Il cielo è scuro, d’un grigio rabbioso. Vento e pioggia, ancora.
Secondo il servizio meteo della BBC, consultato alla partenza, avrebbero dovuto esserci ‘showers’: mi chiedo che tipo di doccia usino da queste parti, perchè a me sembra una lenzuolata d’acqua.
Ogni strappo in salita adesso si fa sentire.
Pietro lamenta un dolore al braccio, fatica a tenerlo sul manubrio.
La giornata si preannuncia molto pesante, non solo per il meteo imbizzarrito ma anche per il percorso di saliscendi continui che rompono il ritmo e affaticano.
Da un certo punto in poi ricordo abbastanza poco: a posteriori vedo che siamo arrivati a Brampton (di nuovo Inghilterra) intorno alle 15.20, deduco di aver mangiato lì e deduco di essere ripartito intorno alle quattro e un quarto.
Il passaggio Eskdalemuir – Brampton – Barnard Castle in effetti è stato un mezzo calvario.
Questo me lo ricordo bene.
C’erano un paio di salite lunghe e tagliate dal vento, si respirava ogni tanto per via del paesaggio bellissimo oppure facendo quattro chiacchiere con altri randonneurs, ma credo sia stato il momento più difficile sia per me che per Pietro.

Ed infatti, per la prima volta andiamo sotto rispetto alla nostra tabella di marcia e ci rendiamo conto, sin da Brampton, che non riusciremo a rispettare il programma: impossibile arrivare a Thirsk (km 999) in giornata (o nottata), bisogna prendersi il rischio di fermarsi prima (a Bernard Castle, km 933).
Mentre mangiamo a Brampton, rifaccio i conti e rincuoro Pietro: alla fine siamo in vantaggio di molte ore rispetto al tempo limite.
E questa convinzione si rivela determinante per il morale di entrambi: possiamo ancora farcela, eccome.
Arriviamo a Bernard Castle pedalando con tutte le parti del corpo, credo anche di orecchie, ma al mattino andrà decisamente meglio.

31 luglio: mille e non più mille

Londra-Edimburgo-Londra

C’è aria di tempesta…

Partiamo che è ancora notte, ma presto albeggia e ci ritroviamo di nuovo lungo ripidi pendii, secchi e brevi, uno dietro l’altro. Pietro sta male di pancia.
Adesso tocca a me tirare di più. Ci dobbiamo fermare abbastanza spesso, ne approfitto per fare foto.

Thirsk ci arriva addosso che quasi non ce ne accorgiamo: il roadbook dice 999,7 Km.
Ne mancano 419.
Di nuovo saliscendi senza respiro, anche se il paesaggio è bellissimo: foreste, castelli, campi coltivati e colline.
Viaggiamo di conserva con altri gruppetti, sempre gli stessi: ci prendiamo e ci lasciamo in continuazione da centinaia di chilometri per poi trovarci più o meno alla stessa ora nei punti di controllo.
Nonostante le soste forzate, Pietro tiene benissimo: è un po’ indebolito ma non molla.
Ammetto di essere abbastanza travolto dall’orgoglio paterno.
Dopo Pocklington dovrebbe essere meno pesante, o così mi illudo che sia.
Ma fino a Pocklington è un susseguirsi ondulato che, dopo i chilometri fatti, non aiuta, per così dire, la pedalata rotonda. Ripassiamo il fiume Humber e arriviamo a Market Rasen: sono le sei di sera e i Km sono 1150.
In qualche punto della giornata ha piovuto di nuovo, ma non ricordo quando.
Il vento, invece, ha soffiato sempre contro o, con poco beneficio, di traverso (quando soffiava di traverso, giusto per fare amicizia, soffiava più forte).
Però a Kirton ci arriviamo lo stesso dopo quasi 300 km fatti in giornata.
Ed a Kirton è l’ultima notte: siamo al Km 1218,5. Ne mancano 200. Ed allora si dorme un po’ di più. Sveglia alle 4 (o alle 4.15? devo aver contrattato con Pietro che elemosinava una mezz’oretta in più).

1 agosto: arrivo con sorpresa! 

Il nostro tempo limite è:  2 agosto, ore 3.10 del mattino.
Abbiamo 23 ore di tempo per fare 200 Km.
Ma Pietro sta ancora poco bene, ma la bici potrebbe collassare (che so, si potrebbe liquefare il telaio), ma potremmo essere attaccati da un branco di babbuini che ci cavano gli occhi (e, quindi, a questo punto anche il Garmin servirebbe a poco).
Oppure potrebbe saltare fuori la giornata più calda dell’anno ed esserci un casino di salita imprevista.
Appunto.
Fai fatica ad apprezzare le colline dorate, le case col tetto di paglia, i paesini multicolori, i campi di grano e di orzo che contrastano l’uno con l’altro opponendo al biondo del grano il ruggine ramato dell’orzo, i boschi fitti ed il cielo azzurro. Fai fatica ad apprezzare tutto questo perché fa un caldo porco e il dislivello micidiale degli ultimi 120 Km non era segnalato. Fino a St. Ives tutto bene: quasi tutta pianura. E a St. Ives ci arriviamo alle nove meno un quarto.
Ma da qui in poi, dolcetto scherzetto, ci troviamo ad affrontare un percorso che appare abbastanza micidiale: alla fine credo di essere salito e sceso da non meno di settanta fra poggi e colline, tutti rigorosamente seguendo il profilo non sempre dolcissimo dell’orografia locale. Gli ultimi chilometri, si sa, son sempre i più duri, anche psicologicamente. Viene voglia di dire, ‘dio della bici, abbuonali, fammi grazia’.
Ma il dio della bici se ne frega altamente e te li fa fare tutti, uno per uno.
La media è di circa 15 all’ora.
Incontrando gli altri ci si scambiano sguardi inebetiti e un’unica parola: endless!
E’ davvero senza fine. Non passa mai. Non passa. Non passa.
E invece arrivano gli ultimi chilometri, e dopo 1404 chilometri, quando ne mancano 15 ed abbiamo 11 ore per farli, dico a Pietro: ‘secondo me è abbastanza probabile che ce la facciamo’. Lui ride.
Ora lo guardo mentre mi pedala davanti e mi commuovo.
Ci tenevo a farcela insieme, e ci teneva anche lui.
Si arriva, si arriva: passiamo il cartello ‘Loughton’.Londra-Edimburgo-LondraPietro parte come una scheggia e libera un urlo di gioia.
Pietro, il più giovane iscritto alla LEL, il capitano della invincibile squadra ‘Father & Son’.
A ruota seguo io, ma non mi sento Anchise, almeno non ancora…

 

Grazie a tantissimi per l’incoraggiamento e il tifo e grazie grazie a: Fritz, Fabiuccio, Giacomo, Gianpiero, Alessandro, Simone, il magico Periti (che, ad esempio, ha aspettato per ‘4 ore 4’ che io terminassi un percorso da 300 km mentre lui aveva optato per quello da 200: una pazienza da mistico), Hannibal, Alberto (mdm), Maugiola, il Tagliacarne e il suo Giuseppe G., Stefano, Chimenti, Trovati e tutti i Turbolenti.

C’è chi ci ha aiutato nella preparazione, chi ci ha incoraggiato e consigliato. Soprattutto molti hanno ‘convissuto’ questa piccola ‘impresa’ familiare. Abbiamo davvero sentito il vostro ‘tifo’ e davvero è stato fondamentale. A questo proposito e ancora una (ennesima) volta Barbara, ma anche Caterina e Francesca hanno avuto la pazienza di sopportarci, verrebbe quasi da dire con amore.

Vabbè: grazie anche al mio fratellone. Menzione speciale per le mie cinque nipoti tifose (Sofus, Lilou, Marta, Alice ed Emma) e supermenzione speciale con coccarda per Alice che, poverina, è venuta a vedere  zio e cugino all’arrivo ed è arrivata o troppo presto o troppo tardi.