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Lago al passo Resia

Lago al passo Resia

La prima (e ultima) riflessione cosciente l’ho fatta alle 6 del mattino in Corso Milano a Verona: mi sono accorto che avevo fatto un chilometro e ne mancavano 599. Poi è volato via tutto. Riduzione a livello animale, una condizione sospesa fatta di pure sensazioni fisiche (caldo/freddo, sete/fame, fatica/sonno) ed emotive. Pensieri, nel senso articolato del termine, neppure uno.

A volte pedalo per pensare: non è che mentre pedalo ‘penso’ ma, in qualche misura, mentre pedalo sedimento dei pensieri che, poi, si evidenziano più chiari. Pedalando faccio chiarezza dentro di me senza neppure accorgemene. Accade dormendo: dopo una notte di riposo i concetti si sistematizzano, la memoria si organizza e ci si sveglia più consapevoli. Mentre pedalo, dormo. Sono ‘sospeso’.

Dopo 120 Km sono rimasto coinvolto in una caduta, mi sono escoriato il polpaccio, ho picchiato la spalla, ho preso una botta all’anca e la ruota anteriore non era più in asse come prima.
Tutti quelli che sono caduti con me hanno fatto la stessa cosa: hanno controllato di star bene, hanno guardato la loro bicicletta, hanno detto grazie a quelli che si informavano sulla loro salute e, poi, sono ripartiti. Qualche imprecazione ma zero lamenti. Una metafora della migliore condizione umana: nella sfortuna c’è una ‘fortuna’, quella, appunto, di poter ‘ripartire’.
Ed allora anche questi 600 Km della Verona-Resia-Verona sono, ex post, motivo di riflessione e conoscenza.
Anche degli altri: non tutti, ma molti sono più disponibili di me ad aiutare uno sconosciuto in difficoltà, a dargli una mano. Altri evidenziano più marcati tratti di individualismo, di menefreghismo, di prevalenza delle proprie esigenze e dei propri obbiettivi su quelli altrui. Il ‘gruppo’ è un sottosistema che riflette la vita ed i comportamenti reali: una subcultura archetipo. Vabbè.

Con me il magico Hannibal e Alberto (che buca dopo 60 km e dice stoicamente ‘andate pure’ – ma pensa: ‘voglio proprio vedere se mi mollate qui, brutte carogne’ – e noi diciamo ‘figurati’ ma pensiamo: ‘porco qui e porco là, adesso ci tocca pedalare da soli controvento’).
Il fatto è che, potendo fare il contrario, ci si ferma e ci si aiuta perchè si trova più dignitoso l’altruismo rispetto all’egoismo (nel rapporto dare-avere con questi ed altri compagni di viaggio sono tuttora in debito, peraltro). Controvento è un concetto incompleto: per tutto il giorno c’è stata una buriana che piegava gli alberi da nord a sud e, poi, in Val Venosta da Ovest ad Est. Una roba pazzesca. Dopo la Gardesana (Km 80) inizia la ciclabile, a Mori. Naturalmente ci perdiamo di vista (Annibale e Alberto sbagliano strada ed io rimango orfano). Mi accodo a uno di Trento più o meno fino al primo controllo in un ‘bici grill’ dopo Rovereto (lungo la ciclabile ci stanno i ‘bici grill’ come lungo l’autostrada ci sono gli ‘autogrill’). Si costeggia l’Adige e, vento pazzesco a parte, non è male.

Pedalo in un gruppone lesto, cado (già detto), secondo controllo e piatto di pasta.
A proposito di animali: io voglio molto bene al mio cane e mi chiedo sempre come faccia a mangiare i crocchini con tanta compiaciuta voracità.
Ora so che il mio cane, se mi vedesse, si chiederebbe come faccia il suo padrone a ingurgitare in successione pezzi di grana, fichi secchi, albicocche (biologiche) secche, orribili pappette, merendine, piatti di pasta, pezzi di banana e sentirsi pienamente soddisfatto. Un animale, appunto.

Fino a Foresta (Forst, dove c’è l’omonima birra) ciclabile senza grandi asperità. Qui primo strappo con punte al 10-11%. Abbiamo fatto 210 Km. Resto solo soletto. Senza vento sarebbe quasi uno scherzo, ma questa pendenza dolce con cui sale la ciclabile costeggiando il fiume sembra il Mortirolo per via delle raffiche continue.
Verso il Km 230 iniziano pezzi di sterrato tipo ‘Eroica’ che intervallano la ciclabile fino a Prato allo Stelvio e Glorenza (Km 250 circa).
Qui iniziano i guai. Sono le 5 e mezza di sera, credo. Comunque non sembra tardi e mancano ‘solo’ una cinquantina di chilometri.
La salita a Passo Resia lungo la statale sarebbe pedalabile (avevo controllato prima di partire). Ma ‘noi’, non facciamo la statale. Saliamo lungo un tratturo per capre che sale a balze (12-14%) poi spiana e poi s’inerpica di nuovo. Quel poco che ho visto del paesaggio sarebbe bello e, come direbbe Franca Valeri, ‘molto tirolese’.

Questa è la prima fase in cui mi sono attaccato alla volontà: inizia a fare un freddo cane e piovischia. Ogni tanto si passa attraverso reticoli di innaffiatori automatici che ti spruzzano inevitabilmente: sono installati con meticolosità tedesca e, quindi, non lasciano la minima possibilità di passare senza farsi una doccia gelata. Mancano 30 Km. Com’è come non è arrivo a Resia che s’abbuia.
Barbello dal freddo e cerco di coprirmi (naturalmente avevo pensato: vuoi che a luglio faccia così freddo, e mi ero portato solo uno spolverino. A luglio fa così freddo).
Me la prendo con uno ‘spruzzatore’: nel senso che gli parlo proprio e lo vaffanculeggio di gusto. Male alle mani. C’è ancora un pezzo: si va oltreconfine a Neudersberg (controllo segreto), si perdono 200 metri di dislivello e si ritorna a Resia (ultimo controllo ai 305).

Mi muovo a scatti come l’omino Bialetti. Però è bellissimo incrociare le lucine bianche di chi scende verso l’Austria e vedere quelle rosse di chi sale verso Resia.
Incrocio Annibale, ci salutiamo con voce cavernosa. Nessuno dei due si ferma: abbiamo fretta entrambi di terminare questa prima ‘tappa’ (mi vien da ridere all’idea che, inizialmente, avevamo pensato di fare subito tutta la discesa).
Per terminare la prima parte bisogna fare un ultimo sforzo: salire su uno sterrato del cavolo, in mezzo al maledetto bosco, fino alle stupidissime sorgenti dell’Adige. Tutto molto poetico: le lucine delle bici, la penombra degli alberi, nevischio e luna contemporaneamente. Ci sono anche i ragazzini con le torce.
Però, io, alle sorgenti dell’Adige, alle nove di sera e dopo 310 Km in bicicletta non ci salirò mai più.
Salgo, invece, alla palestra messa a disposizione dal comune di Resia perchè è lì che si mangia.
Prima, però, vorrei scambiare due parole con il geometra comunale perchè le palestre e i campi sportivi si fanno in basso, non in alto.
La cena presentava numerose alternative: bistecca piccola con insalata di patate o insalata di patate con bistecca piccola. Però due birre.
Grazie a dio la bistecca a Resia la fanno piccantissima. Osservo Alberto che allontana il suo piatto ove campeggiano dei meravigliosi avanzi.

Mi vengono in mente il ‘giro delle lenticchie’ di quest’anno (perchè quello dell’anno scorso no?) o la ‘milano – campiglia’ dove la porzione più piccola consisteva di un montone a cranio. Faccio quello che farebbe il saggio Giola e mi scofano il residuo di bistecca iperpepata.  Sono idealmente vicino al mio cane: se ci fossero i crocchini, mangerei i crocchini con autentica soddisfazione.

Si va a nanna con doccia a S. Valentino alla Mula (prima, però, io e Alberto ci facciamo un bicchiere di rosso, Annibale no, è già a letto addirittura senza aver mangiato).
Da mezzanotte alle quattro si dorme. Colazione quasi umana e in sella alle 4.34.
Insieme a noi c’è Arturo, di Baracca di Lugo (o Lugo di Baracca di Romagna), un tipo vispo con due PBP alle spalle. Decidiamo di scendere lungo la statale perchè il tratturo per capre, al buio, non pare raccomandabile.
Si viene giù filanti ed è una notte chiara. Sto bene. Sterrato e controllo che albeggia. Caffè.

Aggrego uno di Pisa e uno di Finale Emilia: in sei si viaggia meglio e il vento ora soffia alle spalle, non forte ma aiuta un sacco. Leggerissima discesa, si pedala quasi senza sforzo col sole in fronte (Luciano Tajoli, Festival di Sanremo?). Ai 450 altro controllo e paninazzo: siamo di nuovo lungo la direttrice Bolzano – Verona, strada piatta. Sono le 10.

Ci si incontra di nuovo con alcuni compagni dell’andata e si prosegue insieme: è un continuo perdersi e ritrovarsi lungo la stessa via, come nei viaggi che si fanno da ragazzi.
Cambi decenti quando ‘tira’ uno fra noi cinquantenni, il pisano e il suo compare, invece, sparano botte improvvise forti di polpacci inutilmente giovanili.
Sinceramente: fatta in su e fatta in giù la ciclabile ha un po’ rotto i maroni e il controllo ai 500 circa non arriva mai. Fame e sete. Ci dividiamo un piatto di pasta. Si sale a Mori e di lì, per sette chilometri bollenti, a Brentonico. Ne mancano ottanta. Paesini che non ti immagini ci sfiorano lungo una strada in costa prima e, poi, in discesa (Sorne, Cornè, Chizzola).

Pianurone e ‘mangia e bevi’ per 30 km. Adesso è interminabile. Bevo e ho subito sete. Sosta merenda e, poi, ciclabile in salita (bastardi) fino a Rivoli Veronese. Di qui si deve andare a Bussolengo e ci si va lungo un canale ciclabile addossato a un contrafforte che dà sulla pianura.
Bussolengo sta a noi come la tartaruga ad Achille: è un luogo irraggiungibile, un Araba Fenice, un miraggio. Bussolengo, semplicemente, forse non esiste. Sono 18 chilometri di gola sempre secca e testa bassa. Poi, però, si imbocca la ciclabile con il cartello verde e sul cartello c’è la scritta ‘Verona’ e non ci ferma più nessuno e a Chievo decido che terrò al Chievo. Arrivo alle 18.40: 36 ore e 40 minuti circa, 600 km, 3400 mt. di dislivello. Mi viene in mente Gian Maria Volontè in ‘Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto’: ‘tu sei un uomo, non sei un cavallo‘.
Forse, non è così. Forse sono un cavallo. O un asino (meglio). Chissà.

P. (detto l’aucat in bicicletta)


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