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Le grandi sconfitte: 1. campionato del mondo 1973

 

Le grandi sconfitte” vorrebbe essere una serie. Un buon modo per celebrare il concetto sarebbe quello di scrivere invece un articolo solo e così dimostrare che ci sono anche i piccoli fallimenti che costellano la vita di noi tutti e per i quali, più che una serie, ci vorrebbe un’enciclopedia.

Più di 50 anni di attività sportiva da dilettante mi hanno trasformato in un buon professionista della sconfitta, sulle cui infinite sfaccettature ho a lungo meditato.

Si perde in molti modi e un buon modo è perdere quando nessuno se lo aspetta.

Il calcio, che rispetto al ciclismo è una scienza esatta, ci ha regalato nitidi esempi di questo tipo, l’ultimo dei quali, una vera perla, è la recente sconfitta della nazionale con la Macedonia.

Nel ciclismo è più difficile calibrare la nettezza di una disfatta, sono troppe le variabili in gioco e, normalmente, abbastanza numerosi i favoriti potenziali. Tuttavia esistono situazioni in cui l’evidenza dei fatti non sollecita troppe spiegazioni. 

La prova in linea del campionato del mondo 1973 rappresenta un esempio perfetto di risultato a sorpresa che, dopo l’arrivo in volata, presentava questa classifica: 1° Felice Gimondi (31 anni), 2° Freddy Maertens (21 anni), 3° Luis Ocana 28 anni), 4° Eddy Merckx (28 anni).

In realtà, se avessi dovuto scrivere qualcosa su “I grandi trionfi”, sempre da qui sarei partito, perché la sconfitta è bifronte e la sua faccia opposta alla disfatta dell’uno è il trionfo dell’altro.

In questo caso il trionfo di Gimondi ha rappresentato una delle più felici giornate della mia vita di tifoso e uno dei pianti liberatori migliori della mia vita (Gimondi mi ha fatto piangere anche nel 1976 quando ha vinto il Giro all’ultima tappa, battendo il belga De Muynck a cronometro e superandolo in classifica generale di 19”). 

 

1973: l’anno di Merckx (ma anche di Ocana)

Il 2 settembre 1973 a Barcellona sul circuito di Montjuic faceva molto caldo e la prova in linea dei professionisti prevedeva 17 giri per un totale di 248,6 km con un discreto dislivello. Tutti pensano di sapere, sin dall’inizio, come finirà: primo Eddy Merckx. Si trattava solo di tirare ad indovinare il secondo.

Perchè quell’anno il ‘Cannibale’ aveva vinto, nell’ordine: La Gand-Wevelgen, la Parigi-Roubaix, la Liegi-Bastogne-Liegi, l’Amstel Gold Race, la Vuelta e il Giro d’Italia (con sei tappe e la maglia rosa dal primo all’ultimo giorno). Mentre Gimondi, giusto per dire, era solo arrivato 3° alla Sanremo, secondo al Giro a 8 minuti dall’invincibile belga e aveva vinto il Giro di Puglia. Sempre per dire, Luis Ocana aveva, invece, vinto il Tour de France (cui Merckx non aveva partecipato).

Altri possibili “secondi posti”: de Vlaeminck, Godefroot, Zoetmelk, Basso…

Il pronostico, a parte lo scontato vincitore, riguardava gli altri 86 partenti anche se il clima torrido ed il ritmo forsennato li avrebbe poi falcidiati facendone classificare solo 39. Due anni prima, a Mendrisio, era finita come tante altre volte: Merckx primo e Gimondi secondo.

Se guardate quella volata (clicca qui per vedere la volata) vi rendete immediatamente conto della differenza di potenza fra il magnifico eroe bergamasco e il suo storico rivale. Dunque, e a maggior ragione, in quel 1973 in cui il belga aveva vinto quasi tutto, c’era da aspettarsi un suo nuovo successo.

E Merckx non delude: sin da subito, confortato da una squadra piena di campioni, mette alla frusta il gruppo che si sfilaccia abbastanza rapidamente. Anche se, lo si saprà poi, un sasso schizzato al passaggio del gruppo colpisce Eddy Merckx al ginocchio che, nonostante il dolore, reagisce con furia imponendo un ritmo pazzesco alla corsa.

 

I magnifici 4

All’undicesimo giro, dopo un ennesimo scatto resistono in pochi; oltre al favorito e al suo fortissimo compagno di squadra, il giovane Maertens il gruppetto di testa conta Domingo Perurena e Luis Ocana (Spagna), Hendrik Zoetemelk (Olanda) e i nostri Gimondi e Battaglin.

Il ‘Cannibale’ è la forza dell’uragano, corre talmente forte che agisce da risucchio e l’ondulazione nervosa del percorso ne amplifica gli strappi. Gli altri gli stanno appresso con la forza dei nervi, ma chi non si stacca mai dalla sua ruota è Gimondi, perchè Gimondi non sa se potrà vincere, ma sa che vincere significa battere il terribile belga.

Si staccano Perurena, Battaglin e Zoetemelk e restano in quattro. Se volete vedere quello che abbiamo visto noi 49 anni fa guardate lo spezzone con l’intervista di Adriano De Zan a Felice Gimondi.

Vedete l’inquadratura dall’alto della parte finale, quando i quattro filano velocissimi. Gimondi sa che, in teoria, non c’è storia. Non solo contro Merckx. Ma ha un vantaggio: conosce il suo avversario nei minimi particolari. Troppe volte ha sentito il suo grido di vittoria, ne ha visto la schiena arcuata per lo sforzo levarsi nel gesto liberatorio dell’arrivo a braccia alzate.

Gimondi conosce la sconfitta così bene da avere imparato ad addomesticarla, dei quattro rimasti è l’unico ad avere interiorizzato non solo il rispetto profondo per il belga, ma anche l’essenza del ‘perdere’: ha talmente dentro di sé questa essenza che tutte le volte che gli si è aperto un pertugio egli ha saputo infilarvisi, vincendo nonostante Merckx.

E Gimondi tallona il rivale per tutta la corsa: è a lui che pensa, è a lui che rivolge ogni attenzione perché è scrutando lui che può trovare la chiave per vincere se l’occasione si presenterà.

Il suo merito enorme, quello che lo rende un campione indimenticabile è proprio questo: vincere la sconfitta studiando il ‘vincitore’ e studiando ‘la sconfitta’.

I magnifici quattro rimasti corrono verso il traguardo. Merckx e Maertens si parlano. Ocana attende. Gimondi ‘studia’ e ai 300 metri capisce. Perchè il giovane Maertens è partito con uno scatto violento per tirare la volata al suo capitano. Ma dietro di lui si infila lo spagnolo perché il ‘Cannibale’ non risponde come ci si aspetterebbe: è stremato, e Gimondi ora lo sa.

E’ il momento; l’occasione da non perdere che lui sfrutta saltando un Merckx svuotato e puntando al secondo belga che, invece di tirare la volata al suo capitano, in realtà la sta tirando ad altri. Filano lungo la linea delle transenne. Sono velocissimi, l’uno attaccato all’altro dopo una corsa ad oltre 38 di media.

 

L’arrivo che sconfigge la sconfitta

Si possono vedere le mani tese della folla che quasi toccano i campioni nell’impossibile desiderio di assorbirne le doti semidivine.

Poi, improvvisamente, la fila si allarga a ventaglio: si intuisce Maertens sulla destra, a ridosso della gente e Gimondi che arriva da dietro, non linearissimo, a testa bassa e quasi diagonale, tanto che i due, a pochi metri dall’arrivo si toccano. Ed è qui la fantastica sintesi dello sport, il paradigma della vittoria inattesa e dell’inaspettata sconfitta perché Merckx non c’è, è lì dietro, a un metro che sembra un chilometro.

Lui, in quel momento, quando il traguardo è già quasi arrivato, vede l’altra schiena, quella che nel video a colori della tv spagnola appare più blu che azzurra, la vede inarcata per lo sforzo, la vede sghemba come il punto interrogativo che già si fa strada nella sua mente e, infine, la vede levarsi nella leggerezza del gesto vincente.

Gimondi sconfigge la sconfitta ed è campione del mondo. Eddy Merckx assaggia la sconfitta che solo ora, per un attimo infinito, conosce.

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