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La psicosconfitta

Il ciclismo è uno sport di testa. Lo sappiamo. Servono le gambe ma servono la testa e il ‘cuore’. Per capire fino in fondo quanto questo sia vero possiamo prendere a parametro una qualsiasi corsa o, se ne abbiamo, riferirci alla nostra stessa esperienza.

Una riprova è data dal fatto che in ‘gara’, normalmente, si rende di più e, poi, ci si stupisce di aver fornito prestazioni superiori a quelle che ci riconoscevamo. Le situazioni in cui questo principio ha mostrato tutta la sua importanza sono moltissime ma, dovendone sceglierne una che anche plasticamente mostri la sua forza evocativa, ci si deve senza dubbio riportare alla volata di Franco Bitossi ai mondiali su strada del 1972.

Franco Bitossi, toscano, detto ‘cuore matto, è stato uno dei migliori finisseur italiani dell’epoca: insieme a lui possiamo ricordare Marino Basso e, in parte, Franco Zilioli e Michele Dancelli.

Bitossi ha vinto più di 170 corse in carriera e, forse, avrebbe vinto anche di più se non fosse stato per una tachicardia ‘di origine emotiva’ che lo costringeva a soste in piena gara. Ma era fortissimo: basti pensare che vinse due volte il Giro di Lombardia e molte tappe importanti, fra cui spiccano leggendarie frazioni di montagna, inclusa una iconica Cuneo-Pinerolo.

Ai mondiali di Gap del 1972, a quattro chilometri dall’arrivo, un gruppetto di sei tra i migliori è in fuga: Eddy Merckx, Cyrille Guimard, Michele Dancelli, Joop Zoetemelk, Leif Mortensen, Bitossi e Basso. Scatta Guimard, pericoloso e veloce. Gli si incolla Bitossi che lo ‘marca’, mentre Dancelli e Basso, i due velocisti del gruppetto, stanno fermi. Bitossi non dà il cambio per ‘proteggere’ il possibile rientro dei due compagni di squadra, molto adatti all’arrivo in leggera salita, e Guimard rallenta.

A questo punto Bitossi fa un ragionamento: Merckx non ha interesse a ‘tirare’ perchè potrebbe essere perdente contro i due velocisti italiani, questi, a loro volta, dovrebbero astenersi dal ‘tirare’ visto che un loro compagno era in fuga e gli altri due non avevano nessun interesse a disperdere energie.

E così Bitossi scatta. Forse troppo presto, ma siamo già dentro Gap e quando mancano 1.300 metri all’arrivo lui ne ha circa 300 di vantaggio.

E’ fatta. Fra l’altro la pendenza lo agevola, perchè Bitossi in salita sa esaltarsi e a breve inizia l’ultimo tratto in leggera ascesa. Come può perdere con un vantaggio così enorme?

Infatti perde

Travolto dalla tensione questo grande campione infila una serie di errori clamorosi. C’è qualcosa che non va nella pedalata, qualcosa da mettere a posto, bisogna cambiare rapporto perchè sta iniziando il tratto in pendenza. Tutto un ragionare vorticoso nella sua testa, invece di pedalare, pensa.

E cambia rapporto mettendone uno più leggero. Santiddio come è leggero. Troppo. Cambia di nuovo e ne mette uno troppo pesante. Dirà: “ne metto uno più leggero, ma mi sembra troppo leggero e commetto l’errore fatale: ne metto uno più duro, e mi pianto”. Immaginate che all’epoca i rapporti posteriori erano 6, non 11 o 12 come oggi.

La variazione fra una cambiata e l’altra poteva essere significativa se non vi era il tempo di ‘aggiustare’ il rapporto. Inizia così uno psicodramma che culmina nelle incitanti parole del grande Adriano De Zan che dai microfoni Rai commenta speranzoso: “forse ha ritrovato la condizione necessaria” (sentitelo, guardatelo qui).

La psicosconfitta: mancano 100 metri (di pura ansia)

Nel frattempo Bitossi ha perso terreno continuando a voltarsi travolto dall’ansia, portandosi al centro della strada dove c’era più vento, voltandosi di nuovo senza vedere nessuno perchè le macchine al seguito gli nascondevano la visuale. Un disastro.

Ma mancano meno di 100 metri e De Zan dice: “si volta ancora”.

Immaginate: siamo agli ultimi metri di uno sprint per il mondiale e, invece di stare a testa bassa sui pedali, uno si volta in continuazione. Eppure Bitossi passa per primo una delle due scritte che precedono in rapida successione l’arrivo. E supera davanti a tutti anche la seconda. Quando la telecamera inquadra la linea del traguardo, proprio in quel momento, Marino Basso gli piomba addosso da dietro, un lupo implacabile.

Lo scarta letteralmente con la bici passandogli a sinistra e vince mentre Bitossi affoga sopraffatto dall’angoscia, arrivando secondo. Negli ultimi passaggi il campione toscano è inguardabile: legnoso, bloccato, dondola continuamente. Ma non sono le gambe. E’ la testa. Se sentite le sue interviste (l’uomo è simpaticissimo), potete cogliere un rammarico ‘lontano’: “il mondiale mi è sfuggito quando pensavo di aver vinto”.

In quell’Italia in bianco e nero, peraltro, la questione di quell’arrivo tormentato sollevò non poche polemiche perchè molti sostennero che Basso non avrebbe dovuto ‘tirare’ come un pazzo facilitando il recupero su un proprio compagno di squadra e altrettanti sostennero che se Basso non avesse impegnato la volata in quel modo, probabilmente avrebbe vinto Guimard.

Anche fra i corridori questa discussione ebbe ragione di alimentarsi. “Colpo Basso” fu il titolo della Gazzetta.

Qui la versione dei fatti di Marino Basso

I due non si parlarono per mesi per poi, apparentemente, ritrovare una buona armonia interpersonale. Bitossi, una volta smesso di correre, si è occupato di agricoltura. Ed è rimasto un campione anche dopo, vincendo a oltre 60 anni un campionato italiano di bocce. Che c’entra, direte voi? C’entra. Perchè le bocce sono uno sport che pretende animo lucido e mano ferma. E Franco Bitossi non si è più fatto fregare dall’ansia.

 

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